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la morte
non riesco a muovermi e sto morendo, non vedo, non sento, non esisto più.
dannazione
colo in basso. la terra trasuda carne che rimargina sull’anima.
l’inferno
tutto nero scotta e crolla in un ventre di vulcano e anch’io frano, caracollo, incespico all’ingiù.
i dannati
precipito nel fango, tutti nudi e selvaggi non distinguo i maschi dalle femmine, uno corpulento avanza e forse grida a bocca aperta e il collo gonfio, di soprassalto scalcio e spruzzo urlando tutto.
la resa
esausto, mi adagio sul fondo.
qualcuno spinge, tira, poi mi molla qui.
detriti a grovigli, di sembianza artificiale dondolano.
strani girini antropomorfi nuotano a sciami. forse feti.
energia
mi sveglio, riemergo e non è come prima: la caverna abbaglia, il frastuono esalta, antica energia, tutto brilla e tutto vibra, chiudo gli occhi, alzo le braccia, stringo le mani, sento il corpo addosso. sento. rimango a ciucciare quel gran casino e ho un’erezione.
schemi
fuggendo la lava mi inerpico su un crinale. gli altri sono indaffarati, tutti vanno in giro portando cianfrusaglie ma hanno l’aria di seguire un qualche meticoloso schema. mi viene proprio da ridere, anzi, mi sa che rido proprio.
dolore
quattro picchiano con delle cinghie una vecchia, non tollero che si lacera cadendo.
- hey bastardi!
A piedi nudi saltello impacciato e il pene ballonzola.
- venite qui, bastardi, vi stacco la testa!
Sghignazzo.
- uno nuovo bello vispo, Ashirar, Verrur!
La prima cinghiata guizza attorno al collo, chiudo gli occhi e mi accascio.
- vi prego, basta, non fatemi del male!
La seconda arriva alle natiche, mi raggomitolo.
- perché state spingendo, come faccio a rotolare sugli scogli?
- povero pallido eunuco, torna qui fra qualche anno.
- me ne vado, te lo giuro, dove devo stare?
- nel fango, stronzo di un bianco.
il colore della pelle
effettivamente, guardandomi la pancia, mi rendo conto che sono pallido come la vecchia, mentre i quattro sono cotti.
- ma non vi fa male la pelle?
- no, scemo, pussa via!
l’odio
incespico scendendo dolorante e immusonito perché quelli mi scacciano, non riesco a ragionare, mi acquatto a spiare e odio. allora questo è anche il mio schema, penso, mentre mi industrio di legare, scolpire, limare, appuntire, cercando tra i rifiuti come fanno tutti.
relazioni
ridiscendo in un’altra baia, dei gruppetti fanno cataste da bruciare. urlo.
- scusate ma perché accendete fuochi in pieno inferno e che scopo c’è qui?
Mi guardano, mi indicano, ridono, un vecchio barbuto mi mostra la lingua monello. una donna con la chioma lunga e le braccia incenerite avanza verso di me, ha le occhiaie, non oso sbirciare i seni finché mi guarda e tendo le mani spaventato ma lei si china, raccoglie un sasso e me lo porge sgarbatamente.
- tieni hai avuto quello che vuoi?
Prendo il sasso e lo guardo.
- non è per niente quello che voglio, per niente, dammi la mano!
Le prendo di forza la mano e faccio per leccarla ma mi sputa e fugge, eppure è contenta, e io non capisco, non capisco. allora litigo con un bambino smilzo che possiede una scure affilatissima, per uno stendipanni arrugginito, ma è meglio lasciar perdere.
- ci costruiamo un rifugio insieme?
- eh?
- perché non ci difendiamo insieme?
età
- siamo già in tanti devi andare dai giovani.
- come dai giovani, che tu sei un bambino?
- sì ma sono morto prima.
Ecco perché non capisco, perché sono un bambino! e questa maledetta storta, per non forzare la caviglia sta venendomi una bolla. è pesante respirare, guardo la volta di tenebre sopra di me, perché combatto? tutto è fatale, i vecchi puzzano di più, le mani cambiano, credo di non essere più io. quanto vorrei acqua pura, per riposarmi un attimo, non riesco a concentrarmi, a cosa devo pensare?
la condanna
in alto è meglio non salire, su questo crinale una catapulta tira rottami pesantissimi, ho visto uno schiacciato da quei proiettili, era stato fracassato in testa e non moriva, come un lombrico continuò a contrarsi rigonfiandosi di sangue. le rocce, utero sadico, ci conservano per sempre inesorabilmente vivi.
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