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Sentivo molta verità, in quello che eravamo diventati. E sentivo che sanciva drasticamente la nostra unione. Non volevo pensare a quello che ormai era ovvio, e cioè che mio padre mi stesse usando per un suo scopo recondito. In fondo, pur non sapendolo, negli ultimi anni mi era diventato sempre più evidente che il passato lo divorava silenziosamente.
Che potesse divorare anche me, preferivo non pensarci.
Eppure, di quel poco che avevo, avevo perduto tutto.
Avevo dato la mia infanzia al ghiaccio, e ora non avrei mai più pattinato.
E il mio tavolo? La mia foto? Il mio corpo? La mia faccia?
E istintivamente, mi ero rifugiata nel suo sguardo. Io mi guardavo riflessa nel suo sguardo, che mi restituiva l'immagine di un eroe! Il suo sguardo era sempre rimasto lo stesso, dal giorno della gara.
E prima non era mai stato così. Prima il suo affetto lo dissimulava: me ne accorgevo dalla sua apprensione, che gli ero cara, non dai momenti in cui mi obbediva per programmare associazioni... Adesso mi chiedevo se questo nuovo suo amore fosse soltanto stima. O non era piuttosto un sentimento di fratellanza, di appartenenza, che semplicemente ora poteva permettersi di esprimere? O questo era quello che speravo?
O questo era quello che intuivo?
Non lo sapevo.
Non sapevo se mi amava.
E casomai da quando. E casomai perché.
Ma sentivo che qualcosa c'era: qualcosa di tremendamente potente.
Era in questo che mi rifugiavo. Era in questo, che mi ero da sempre rifugiata: anche da piccola, infatti, non riuscivo a credere che lui fosse davvero così spietato... Perché a modo suo, era sempre presente. Perché in certi momenti gli sfuggiva, senza che se ne accorgesse, quell'istintiva apprensione... Insomma: ho sempre saputo di essere perlomeno fondamentale, nella sua vita.
Mi rifugiavo in questo, dalla notte della "mostrificazione" per scappare dal mio corpo, dal mio aspetto...
Mi rifugiavo nella certezza che ero al centro dei suoi pensieri, che la nostra unione era esclusiva e indissolubile: ero convinta che solo la morte potesse separarci.
Questa mia fede non nacque quando lui rischiò -per me- di volare dalla finestra: ma quando io fui disposta a morire per lui! Io, ero all'altezza!
Prova un po' te a farti bruciare vivo e poi fammi sapere... Cazzo, questo sì che è amare!
E fino a quando lo avessi amato così -e gli fossi servita- il cuore di mio padre sarebbe stato mio.
Il suo sguardo, è l'unico sguardo di cui ho bisogno.
Lui mi guarda a lungo, sondandomi ma anche ammirandomi, pascendosi del suo frutto, del mio averlo voluto seguire all'inferno.
Il calore del suo sguardo faceva svanire l'orrore che mi sentivo addosso come rugiada al sole; e i guanti giallastri e gonfi che erano diventate le mie mani; e le labbra dure come la cerata di un gommone.
Ero bellissima, perché lo ero per lui.
Sera del terzo giorno.
Un tramonto spettacolare, ramato, suscita gli ultimi garriti dei rondoni.
Ma poso lo sguardo sulle mie mani. Mani che sento diventate spesse, forti, inscalfibili, da dentro. Ma che se vedo da fuori, una profonda pena mi serra il cuore.
Non mi accorgo che mi viene accanto, e prima che io possa celare la mia fragilità, me le prende. Me le stringe tra le sue, più scure, di cuoio: mani viventi di un manichino di legno. Calde e forti come quercia. Alzo gli occhi e lo guardo. Il suo sguardo mi porta indietro nel tempo alla sera della gara, nella saletta del pronto soccorso: occhi che si stanno gonfiando d'acqua. Non oso guardarlo, temo che l'acqua possa scendere e mi faccio abbracciare. Le sue labbra mi baciano la sterpaglia sulla nuca. Ci appoggia una guancia, pesante e calda.
Il suo respiro mi va alla testa come hashish.
E
se questo che io sto sentendo non è amore, e se questo è asservimento e manipolazione, allora l'amore è tutto questo.
E comunque, questo è l'amore che conosco.
Perciò questo è l'amore che voglio.
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