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Una sensazione alle dita, appena percettibile.
Ma desta un desiderio dimenticato chissà dove, dentro di me: un desiderio che fa finta di toccare la mia mano. Devo tenere gli occhi chiusi e restare immobile.
- E' necessaria una lastra, dobbiamo ospedalizzare.
- No. Lasciamola riposare.
E' la sua voce, ma non può esserla: non con questo tono.
Non se aprirò gli occhi.
L'emozione che tengo tra le dita diventa una mano che me le stringe morbidamente, poi piano le lascia.
Il sogno mi terrorizza, ma non ho il tempo di scegliere tra la paura di sapere e la paura di non sapere.
- Papà?
- Sono qui.
Spalanco gli occhi. Un viso incellophanato da una guaina di pelle. Labbra aride in una morsa impietosa. Gli occhi truci che mi soggiogano in qualunque ricordo che io ricordi, che ora mi guardano dentro.
Ma sono umidi.
C'è qualcuno, dentro a mio padre, che mi stringe la mano e bagna i suoi occhi, come nel desiderio che avrebbe dovuto rimanere sepolto.
- Non so come dirglielo, signor Ombrosi, ma questo ginocchio non va per niente bene. Anzi, a dirla tutta, anche l'altro... è come se avessero una deformazione congenita: lo stiramento del crociato diventerà un guaio perchè la capsula è lesionata e con questa distanza innaturale c'è il serio pericolo che non rinsaldi. Capisce cosa le sto dicendo?
- Che non si aggiusterà. Ma sua madre è in pensiero, adesso andiamo a casa. Domani prenoto la rx in privato.
- Come vuole. Ho bisogno di una sua firma per la rinuncia alle cure.
- Ma certo.
Sono distesa sul lettino del pronto soccorso. Un medico, l'odore di disinfettante, un monitor acceso sulla gara; la finestra di alluminio cromato, buia; è già sera.
Dolore al ginocchio, sono agitata dentro, e non per il ginocchio.
- Il signor?
- Ombrosi Antonio Carmelo.
- Nato?
- Magaroti provincia di Scalea, 03 Maggio '68.
- Papà, vuol dire che non pattinerò più?
- Un momento amore.
- Ecco: qui e qui.
Chi è che mi ha chiamato amore con la voce di mio padre? Chi è quest'uomo che ora si erge sopra di me come un soldato al capezzale del suo ideale? E cosa mi importa, a me, di pattinare?
- Tanto ormai, sussurra.
E gli angoli degli occhi si gonfiano.
- Ce l'hai fatta, Diletta. Ora farai quello che vuoi.
Quello che voglio, papà? Davvero? Oh mio Dio, adesso glielo dico!
- Vorrei, vorrei, papà, che tu, che noi stessimo sempre così... come adesso!
E mio padre (mio padre?) mi appoggia una mano sulla fronte e si china su di me circondandomi con gli occhi. Tremano di una rabbia ferina ma sono umidi e gonfi.
Come se avesse pianto. Sprofondo in un mare di immensa, ineluttabile pace.
-
Allora staremo insieme per sempre, Diletta.
Fino alla fine.
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