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Missione Sammartini.
Torniamo in piazzale Loreto, giriamo a destra in viale Brianza. Passiamo sotto al ponte della Centrale; ci fermiamo nel parcheggio del viale alberato dove comincia viale Lunigiana. Siamo all'angolo con Via Giovanni Battista Sammartini, dove c'è uno spiazzo con un parchetto di un paio di pioppi, sotto i quali c'è un bel via vai di pappa e prostitute. Sono ormai le undici. Mi comanda di togliere i pattini e intanto mette in spalla la valigetta ignifuga; poi mi caccia in testa il berretto e mi chiude la giacca. Lo osservo che si china per schiacciarmi i bottoni a pressione sul giubbotto, e mi ricordo come mi abbottonava gli alamari del montgomery, prima di andare dal dottore. Una premura che mi incute il cattivo presagio di essere sottoposta a un'ennesima, angosciante prova.
- E' quel palazzo lì, lo vedi? E' un bordello, una casa chiusa. L'ingresso è quello in fondo, il trentacinque, non il primo. Ti togli il casco, entri senza fermarti-
- Papà, puzzo e cado a pezzi come una lebbrosa!
- Aspetta a muoverti quando senti un boato.
Entri, prendi il primo ascensore che trovi, ti rimetti il casco, ti fermi a un piano alto. Devi beccare uno slavo da solo. Spaccagli un braccio, frantumalo, ma fatti dire dove sono i bambini. Lo sa; e se non lo sa ammazzalo, cavagli un occhio e cercane un altro. Quando ti dice dove stanno, mi chiami, poi ti accendi e ci vai come un razzo, tutto chiaro?
Un'invereconda domanda mi assale: e se non mi esce la voce?
- Sì, tutto chiaro, sì.
- Allora aspetta il botto e fallo.
- Sì.
- Ah... se quel bambino muore io ti ammazzo.
Ecco cos'è che devo fare! Quello che, altrimenti, Topo Gigio farà fare a lui! Papà, ma per la miseria, perchè mi devi far rimanere male? Che minaccia ridicola, tu mi offendi: io mi sto già facendo ammazzare da te.
Vedo papà incamminarsi nella direzione opposta, prendo le chiavi dello scooter e le metto sotto un'auto. Accende una mano e manda un getto di fuoco contro il radiatore di un furgone. Comincio a dirigermi verso il parco.
A metà di uno sconcio vialetto, un boato alle mie spalle mi fa sobbalzare e, come fosse il latte prima di entrare in un supermercato, mi balena che -eventualmente- dovrò ammazzare. Mi sto avvicinando al portone; mentre la gente qui fuori guarda verso il viale allarmata dal boato, prendo spunto per immaginarmi come farlo. Chissà perchè, lo trovo esilarante. Mi immagino di pregare uno slavo: "ti prego, muori, me lo ha espressamente chiesto mio papà". E lui: "Io non capire italiano, non capire!" Non mi poteva fare esercitare con i piccioni, almeno? Mi sento mostruosamente inadeguata; sarà l'essere scalza e senza pattini, adduco a pretesto.
Entro, prendo l'ascensore, schiaccio l'ultimo piano. Aspetto, vuota come un casco. Le porte si chiudono, l'ascensore è generosamente inciso di enfasi genitali. Il neon ad aureola vira al giallo livido. La cabina rallenta con un garbo esasperante, poi si ferma, finalmente, consegnandomi al piano. Esco nel corridoio deserto. A quel punto sento svenirmi, una fitta allo stomaco quasi mi accascia. Il sudore gela sulla fronte. Mi tremano le gambe e le mani. Sento un caldo pazzesco, butto il berretto, slego la giacca. Ho una gran voglia di morire. Tremando fino a sbattere i denti, seguo un vago brusio in fondo al corridoio, mi accosto alle ultime porte; trovo quella da cui proviene il rumore. Il rimbombo di un film d'azione viene scavalcato da urla: litigano. E adesso cosa faccio, busso? Appena gli strepiti fanno un picco, saggio la maniglia, che purtroppo gira.
Va bene, facciamola finita.
Spalanca la porta piombando in un appartamento, frastornato di spari e illuminato dai bagliori fosforici di una proiezione. Un gruppetto di facce iridescenti la guardano esterrefatte, immobili come in foto. Sono cinque o sei clandestini rumeni ammonticchiati su un divano, e ancora puntano dei joystick, come pietrificati, verso un monitor al plasma, che Diletta intravede alla sua sinistra, grande come la parete. Rumori virtuali di una sparatoria proseguono, intercalati da urla raccapriccianti. Il più alto scatta in piedi e il divano si ribalta; scarmigliato, spalle da nuotatore, in un secondo prearma il carrello e punta una Walther PPK in faccia a Diletta. Che realizza di avere il casco in mano; d'altronde, essendo spenta, è solo una quindicenne sfigurata davanti al foro nero di una semiautomatica. Mentre è sotto tiro, gli altri si rialzano sbraitando concitati: uno in boxer afferra il cellulare, mentre un altro fruga tra i cuscini; compare una seconda pistola.
La finestra si illumina per un attimo e la stanza esplode.
Diletta riapre gli occhi: è sdraiata per terra in un immenso forno di fiamme. Fa fatica ad abituare la vista al bagliore. Nell'aria fatta di fuoco in cui è immersa, si rende conto che i muri interni non esistono più, e uno squarcio si è aperto nella facciata lasciando intravedere, tra il fumo, la casa di fronte. Un letto di macerie ardenti sostituiscono una buona parte del piano.
Una figura umana si alza: lei cerca il casco, affondando nella vergogna.
- Dove sono i bambini? Il padre è brace eretta in mezzo al fuoco.
La figlia fa cenno di no con la testa. Suo padre levita urlando di rabbia e sprigiona fuoco come un vulcano; si getta nel vuoto. Diletta trova il casco semisquagliato; lo infila piangendo di dolore. Corre giù per le scale trovandosi immersa in pochi istanti in una calca di umani che, scappando, la trascinano per le scale come un fiume di carne.
Esseri umani. Puttane, corpi, paure.
Dio mio, ma cosa stiamo facendo?
Come osiamo spargere la morte?
Si butta in un corridoio cadendo, viene urtata violentemente, cade, si rialza e corre verso una porta aperta che dà su una stanza poveramente arredata; apre la finestra: è al terzo piano. Folla in strada. Sopra di lei il palazzo butta fiamme verso il cielo. Deve vedere dall'altro lato: ritorna nel corridoio, dove facce smarrite la fissano terrorizzate.
- Correte via, cazzo, go away!
Prova una porta, è chiusa, ne prova un'altra, ancora chiusa. Ora basta. Prende la rincorsa e ci si butta contro: la porta si fa in pezzi e sente un confortante crepitio risvegliarsi per un attimo sulla pelle. Un'altra stanza piena di vestiti sul letto, un poster con scritto Seychelles. Apre la finestra e si affaccia nella piazza dalla quale è entrata. Gente esce dai portoni e si raccoglie in due mezze lune di folla. In mezzo ad esse, stanno quattro uomini isolati, fronteggiando l'edificio. Sono completamente vestiti di nero e portano occhiali scuri. Sente un'altra esplosione e il palazzo ondeggia molle come un budino. Quando uno di loro avvampa e si libra nell'aria a braccia tese lungo il corpo, una sensazione irreale le fa andare la pancia in gola.
Corre da basso anche lei, elettrizzata. Esce tra gli ultimi, in preda ad un'esaltazione isterica. Sorride ai tre di fronte a lei vedendoli prendere fuoco simultaneamente.
Puntandola.
Il terreno, sotto ai suoi calzini, erutta travolgendola. Sente il corpo schiacciato. Odore di nafta e sangue. Il mio.
No.
Roja esplode: diventa una bestia umana che lotta per sopravvivere. Tra le fiamme, uno le è addosso: roteano mordendosi finendo dentro a un camper. Lo morde in pancia e strappa. Affonda ancora i denti in una coscia e lo sbatacchia buttandolo contro gli alberi. Un urto terribile al cranio, sente con le spalle tagliarsi il cemento della strada sotto di lei. Un altro urto: il secondo infuocato l'ha colpita al plesso spigionando luce al calor bianco. Non sente il corpo risponderle. La fiamma incombe su di lei, alta e massiccia come un guerriero teutonico. Roja urla, e tutto diventa abbagliante.
Si ritrova in un luogo differente. Dei quattro, nessuna traccia. E' per terra come prima, ma da tutt'altra parte: fa fatica a capire dove si trova finchè riconosce, nello spettacolo infernale che vede, ciò che è rimasto della piazza: sembra scavata da una bomba; l'edificio è completamente avvolto dalle fiamme; nessuno alle finestre; non ci sono più gli alberi ma solo una massa di chiome rivoltate che bruciano; le auto sono accatastate ai lati come se un bambino gigantesco le avesse ammucchiate a cerchio; ora è tutto deserto, ma scorge qualche umano nascosto sotto le auto e due donne di colore raggomitolate ai piedi di un portone chiuso. Fari di luci che cercano, guardinghi, da oltre il muro di macchine: oltre il quale girano le sirene, e dove spera si siano salvate le prostitute del palazzo. Il cielo è avvolto in una cappa di fumo, compatto come nebbia. Rumore di elicotteri.
Si alza, sentendo il proprio scheletro scricchiolare sinistro. Le fiamme mi hanno attaccata. Barcolla trascinando le gambe. Hanno cercato di uccidermi. Cade di faccia stremata, senza riuscire a voltarsi. Si sente pesante come piombo.
Mio padre.
Viene afferrata dalle spire della rabbia: levita staccandosi da terra. Ardendo sospesa in aria, si raddrizza e comincia a vagare nella piazza. Il cuore rulla come i tamburi prima dei trapezzisti. Si sente sospinta dal fuoco di un reattore, che si sprigiona dalla spina dorsale.
Si eleva con la facilità di un sogno fino alla sommità dell'edificio; penetra nelle vampe, gettando lo sguardo al viale della circonvallazione, punteggiato dei lampeggianti azzurri dei Pompieri, delle ambulanze e della Polizia. Vede appena in tempo una meteora passargli accanto.
- Vieni! In un'ondata di gioia travolgente si proietta dietro a suo padre, che romba contraendo i bicipiti come un body builder. Stanno volando fianco a fianco verso l'alto.
Milano rimpicciolisce in un boato assordante e liberatorio.
La notte torna blu.
Mio padre è vivo.
Mia figlia vola.
Tra le nuvole, le luci di due elicotteri e quattro saette umane. L'uomo schizza come un fulmine. Bruja urla, ma rimane indietro. Il rumore di una mitragliatrice arriva ritardato. Lo vede scagliare un corda di fiamme: l'elicottero scoppia. L'altro vira e si allontana. Le quattro saette in fuga cambiano direzione e vengono verso di loro: incrociano papà girandogli intorno, mentre Bruja si sforza di andare più veloce. Ma li vede disporsi a stormo insieme al padre, e proseguire il volo affiancati.
Sono amici. Li segue palpitando di gioia.
Rallentano per aspettarla. Si distanziano, la fanno segno di entrare al centro della formazione. Si immerge nella bolla di luce creata dallo stormo. Ora che è in centro, riconosce i suoi nemici, che si stringono intorno a lei. Suo padre cabla e le si accosta. Sente la sua voce vibrare nel frastuono come se l'avesse in testa.
- Per questa volta facciamo che non ti ammazzo.
Rispondere le è impossibile, devo tendermi nello spasmo di schizzare e contenere la commozione, prima che mi soffochi di lacrimoni, prima che mi faccia fallire questa gara, in questa pista di cielo stellato.
Quello che l'aveva atterrata con il calor bianco le si affianca, le alza gentilmente il braccio e fa un perfetto baciamano.
- Arde è onorato, di aver combattuto la figlia di Rogo.
Nell'immenso blu, comete di spasmodica gioia.
Con la rabbia di vivere che romba nel cuore.
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