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- Posso venire ai tuoi allenamenti?
- No, c'è mio padre.
- Sempre?
- Sempre. Però puoi venire a vedere le lezioni: mio padre alle lezioni non viene più.
- Splendido!
- Splendido un cazzo, pensi soltanto ai tuoi sdilinquimenti amorosi.
- Non vuoi che venga a vederti?
- Perché, tu pensi di vedermi? Tu ti pasci di contemplare il mio corpo muoversi.
- Diletta, non è vero!
- Allora perché non ti pasci di me adesso, mentre camminiamo?
- Ma io lo faccio!
Stefano accenna una carezza sulla spalla, ma lei bruscamente gli scosta la mano.
- Sempre e solo contatto corporeo. Sei un bambino.
- Ma cosa posso fare?
- Sei tu che mi ami, io non mi amo, trova tu una soluzione, se vuoi farmi felice.
- Ma come faccio, se non mi dici come?
- Come faccio a spiegarti se tu non mi chiedi?
Stefano continua a camminare in silenzio, accanto a Diletta, ma gli sembra di camminare su lastre di ghiaccio. Qualunque cosa dica o faccia, pare sempre inesorabilmente quella sbagliata, producendo una crepa; e ogni volta che si incontrano, per quanto lui tenti di riparare ai suoi sbagli, queste lastre si crepano sempre di più. Ma proprio quando cede, lei gli fa capire che ha bisogno di lui. Ma perché, se sbaglia in continuazione?
- Ma tu vuoi che io venga a vederti?
- Puoi venire alle lezioni, non agli allenamenti.
- Posso, ma tu vuoi?
- Cristo! Ti ho detto che puoi venire!
- Ma a te non fa piacere?
- Me ne fotto del piacere.
- Però pattinare ti fa piacere.
- No. E' una fuga dal dolore, non è un piacere. Però le lezioni per me sono una vera tortura, quindi non voglio che tu dica nulla, nulla di nulla, quando verrai.
- Ma perché non vuoi che incontro tuo padre agli allenamenti?
- Sei impazzito, vuoi morire?
- Addirittura...
- Sei un cretino, quello ti ammazza, se scopre che esisti.
- Dai, adesso non esagerare!
- Tu presumi di sapere tutto, no? Che i papà sono tutti normali come nella tua famiglia di merda, giusto?
- Lo so, lo so, me lo hai sempre detto, è molto severo; ma mica mi può ammazzare, al massimo si arrabbia...
- Ma tu sei pazzo! Ha sacrificato tutta la sua vita, per me: arrivi tu e vuoi fregargli sua figlia, la sua unica ragione di vita? Per prima cosa lui ti ammazza.
- Ma io non voglio fregare niente a nessuno! Io... Ho intenzioni serie, con te!
Diletta si blocca; nascondendosi tra i capelli si accosta a un muro.
Dietro a Paolo Sarpi le viuzze si addossano come umide catacombe. Il freddo penetra nelle ossa. Il muro è putrido, sudicio, senza rimorso. Stefano le si accosta interdetto, non sapendo come chiederle se qualcosa non va. Diletta lo sente e si accosta ancor più contro il muro. Le sue spalle hanno un tremito e iniziano a sussultare delicatamente. Si volta ridendo scomposta.
- Stefano, mi vuoi sposare?
Stefano rimane impietrito. Diletta continua a ridere convulsamente fino a lacrimare.
- Mi vuoi sposare, sì?
- Si Diletta, io ti sposo se vuoi. Le risponde, mormorando tremante, tentando di apparire risoluto.
- Allora andiamo a dirglielo a mio padre, vieni!
- Ma tu non hai appena detto che...
Diletta gli afferra la testa e gli ficca la lingua in bocca, sconvolgendo la sua vita.
- Mi ami?
Stefano annuisce più volte, boccheggiando accaldato.
- Sei vergine?
Il ragazzo tituba, sempre più accaldato. Diletta gli sorride materna.
- Non ti ammazzerà: sei innocuo.
Fammi una domanda sugli oggetti, forza!
Ci sono cose che ci seguono: un cucchiaio di peltro rubato in qualche casa quando ero piccola, che poi ci siamo portati dietro ogni volta. La spazzola e il vaso per la crema da barba; e chissà perché, che è pure di plastica. Anche la colomba della grazia: una cineseria da 1 euro. E una scodellina di ceramica da tenere vicino ai fornelli, per la nostra povera abitudine di riutilizzare i fiammiferi bruciati. Soltanto cose.
A parte l'argano e l'unica foto di quando ero piccola. Da piccola pensavo che tutti i letti delle bambine avessero le corde. Lui, lui, è il mio ricordo. Lui vicino a me, anche quando esce per qualche emergenza e non so quanto dovrò aspettarlo.
- Mia mamma non c'è mai, sono la figlia, dica a me.
Mi aveva detto che andava a prendere delle carte e invece ricevo una telefonata che è successo un incidente. Un veicolo è esploso. Questa voce atona e metallica non la dimentico. Prendo un pullover, spazzolino, rasoio, crema da barba e vado all'ospedale. E mi trovo una mummia bianca con una fessura appena sufficiente a guardarmi: fiero come un idiota.
Ma dopo tre giorni si stufa, e invece di morire torna a casa. Si toglie metri di bendaggi come fossero carta da parati. Scopro che puzza fa la gangrena: diversa, dalla carne putrefatta. Meno dolciastra. E mio padre adesso è uno zombie di mogano. Spettacolare, non gli rimane né un pelo né un capello, solo pelle accartocciata. Deve avere fatto un patto con Jacko: tu mi dai la tua e io ti do la mia?
Forse finalmente lo butterà, quel vaso da barba di merda.
Mi sono spaventata, per questo.
E se un giorno mi chiamano dalla caserma dicendomi che è rimasto sotto una casa in fiamme?
Nessun amico, nessun parente da avvisare, da spiegargli quanto lo amavo prima di ammazzarmi.
A parte un topo.
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