La Pianista di Haneke


  Obbedire

- Diletta, qui!
L'imperativo ellittico echeggia sotto alla volta del Palasesto. Diletta piega di lato e percorre il giro restando larga, lasciando le altre che continuano a provare.
Arriva davanti all'allenatrice.
- La tua ultima performance è stata penosa. Tu esci dallo schema perché non sai fare un trotter decente. Fai la diversa, fai l'originale confondendo le tue compagne perché non sei capace di fare il trotter: apri troppo le gambe, hai il bacino rigido. Hai la grazia di un trattore, lo sai?
- Forse perché odio il ghiaccio.
- Allora vattene!
Diletta sussulta e alza gli occhi sostenendo lo sguardo dell'allenatrice. Quando si infuria, gli occhi le diventano due fessure e le labbra una riga esangue.
- La stoffa ce l'hai ma sei grezza, e se non ti sgrezzi sarai sempre una perdente.
  Io alleno campionesse. Se non ti adegui alle mie regole, ti sbatto fuori dal corso.

Diletta alza lo sguardo verso le tribune. Un vecchio vestito di marrone la guardava.
Stronzo, per lui va sempre tutto bene, resta lì a controllare se soffro abbastanza! Ha proprio scelto l'allenatrice perfetta, si assomigliano. Ma lei è sempre dura. No, mio padre non assomiglia a nessuno. D'accordo, volete che seguo le regole? Ubbidisco. Diletta comincia a ballare freddamente, tecnicamente, cercando di rimanere in sincronia con il gruppo. Ma è incerta. E sente freddo.
La lezione finisce, l'allenatrice non la guarda neppure. Torna a casa in apecar col padre, senza scambiarsi una parola. Milano è pesta, il cruscotto è unto di umidità, dal suo finestrino gocciola anche dentro. Ma Diletta si sente lieve: per una volta, finalmente, è solo una stupida ragazzina, come quelle che vede pattinare il sabato sera. Una quattordicenne come le altre. E questa sensazione è tiepida, rassicurante: sentirsi mediocre le dà alla testa come un vino da supermercato, facendola diventare spavalda. Entrano in casa, fa un freddo da baita, i caloriferi sono spenti per le regole condominiali.
- Posso accendere la stufetta elettrica?
Lui aspetta che Diletta posi il borsone, prima di mollarle un ceffone che la fa sbattere contro l'asse da stiro, rovesciandolo.
- Hai fatto schifo. Vuoi essere mediocre? Non te lo permetterò.
Comincia a picchiarla in testa ma Diletta piglia il ferro da stiro e si dimena a casaccio fino a colpire il vetro della finestra, che ondeggia ma non si rompe.
- Cosa vuoi fare, con quello, vuoi farmi del male?
- Basta papà, adesso basta!
- Tu non puoi essere mediocre, non te lo permetterò!
Diletta indietreggia parlando a raffica.

- Ma cosa cazzo vuoi che faccia? Mi sbatte fuori dal corso, lo capisci? Devo seguire la coreografia, devo imparare, ma a te non te ne frega un cazzo, tu rimani là in alto! Cosa credi? Ci sono delle regole, degli schemi, delle figure, pattinare non significa muoversi disordinatamente e MALDESTRAMENTE COME FACCIO IO!

Alle ultime parole, come se fossero state lo squillo di una sirena antincendio, il padre si guarda intorno boccheggiando, per poi accasciarsi su una sedia.
- Non può essere, non è possibile, dove ho sbagliato? Tu non credi in te stessa!
- Io devo IMPARARE, ma lo capisci o no?
- Non posso permetterlo, devo riassociare la tua insicurezza.
   Tirerai fuori la grinta, adesso.
Si alza risolutamente e sparisce nella sua stanza. Diletta resta interdetta: non è per niente sicura di voler scoprire cosa sta escogitando suo padre... quando sente che apre la finestra.
- Papà!
Si precipita in camera: un vento gelato soffia dalla finestra spalancata, e suo padre si è issato in ginocchio sul davanzale. Si volta a guardarla dando le spalle al vuoto e si alza in piedi. Mette le braccia fuori come un cristo, la fissa, e perde l'equilibrio. Diletta si getta su di lui e riesce ad afferrarlo per la cintura, ma per un istante rimangono perfettamente bilanciati tra la camera e il buio di sotto. Poi, Diletta, inclinandosi violentemente indietro, riesce a tirarlo dentro. Subito però molla la cintura come se scottasse e si allontana da lui inorridita. Passano qualche istante guardandosi esterrefatti, con le bocche spalancate. Finché Diletta, digrignando i denti, gli si avventa addosso e comincia a tempestarlo di calci. Lui si accascia ma lei continua a picchiarlo forsennatamente. Lo fa rannicchiare a calci come un sacco, infilandolo a forza tra l'armadio e il calorifero.
Poi termina. Il suo respiro è pesante ma ampio, voluttuoso.
Rimane a guardarlo, stravolta e accaldata.

Dopo forse un minuto, con una lentezza irreale, il padre muove la testa, appoggia una mano a terra e, come un astronauta sul suolo lunare, si gira sulle ginocchia. Appoggiandosi prima al calorifero e poi all'armadio si issa in piedi. Senza dire una parola, senza guardarla, si dirige verso la porta della stanza, poi in cucina prende il soprabito, e lentamente va verso la porta di ingresso; la apre ed esce.
Diletta aspetta. Non sa se lui è ancora di là. Finché, non sentendo altri rumori, in silenzio si sposta per poter vedere dallo scorcio dell'anticamera verso la porta dell'appartamento: non c'è nessuno. La porta è stata chiusa discretamente.
A tarda sera, il padre rientra. Gli avevano messo il busto.
Lei resta a guardarlo indolente, mentre si sforza di svestirsi. Poi lo lascia a scaldare un pasticcio di carne al microonde per andare in bagno. Apparecchiando lui sente, dalla porta aperta dei servizi, una rumorosa evacuazione. Cenano in silenzio, salvo un laconico scambio.
- Eccome, se hai grinta.
- Non ti fa bene, venire alle lezioni.



Sono astuto, ammettilo.
La mia educazione ha raggiunto lo scopo, mia figlia è diversa: ineluttabilmente divorata. Consapevolezza e crudeltà, ed è a un passo, solo un altro passo e sfiorerà la grazia. O ne morirà. Sta per accadere, sarà la sua prova, il momento della verità sulla sua anima. Le dovrò dare l'ultima spinta per poi restare a osservarla mentre volerà nella grazia.
O ne morirà.

Ma il passato mi ha trovato.
Grigi, freddi individui che pensavo di deridere.
Mi danno appuntamento in piazza Leonardo Da Vinci, davanti al Politecnico. Stanno su una panchina sbriciolando croste per i passeri. Mi stringono la mano, non sono né freddi né caldi, come la Chiesa di Laodicea. Tirano fuori uno specchietto di cortesia: mentre ancora li derido, ho visto la mia immagine speculata dalla loro geometrica ragione. Scopro che ho sempre mentito a me stesso. Ecco perché mi hanno dato i referti della biopsia: lo avevo sempre saputo, dentro di me, quanto ha sofferto inutilmente, ma non ho mai voluto appurarlo.
Per poter mentire a me stesso. E convincermi che non la amavo.
In cambio, non mi chiedono soldi, ma: 'soltanto il tuo coraggio'.
Lasciano Antonio da solo, dentro un camper abbandonato. Gli hanno dato l'alcol e una scatola di fiammiferi da cucina. Se non lo farà, uscirà dal camper e gli spareranno, ne è sicuro. Il prezzo della conoscenza. Beve l'alcol a grandi sorsate, sbrodola dalla bocca, sul collo, sul torace. Si ricorda quando era bambino, a Scalea. Ero il capo banda e facemmo lo scherzo alla tabaccaia. >> Allo sbando Dovetti andare a confessarmi dal don: mi disse che non lo avrei fatto mai più. Nessuna punizione. Ma se non fossi scappato di casa, sarei diventato un mafioso. O forse già lo ero. Magari non mi ucciderebbero, ma questo non ha più importanza: la punizione è temuta dalle pecore. Ai lupi importa l'onore. E non è importante chi sono, di quale famiglia o loggia. Loro sanno. Sanno perché il fuoco mi attira con una voglia da impazzirne.
La Via Pascal, dopo il CUS e il campo sportivo, finisce in una rotonda isolata.
Un vecchio camper, posteggiato lì da mesi, esplode in una colata di fumo nero.

Un uomo passa la vita a educare sua figlia per poi scoprire che ha sbagliato tutto. Proprio adesso, che è a un passo dal suo destino e le devo dare l'ultima spinta, mi si è spalancato il cuore su un baratro.
Ma se non è la grazia: verso cosa la sto conducendo?










 
Introduzione
Fare fiamme
Sanguinare
Allungare
Ragionare
Pattinare
Amare
Obbedire
Stefano Cotta
     
[indietro] [inizio del romanzo] [avanti]
Yuri