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Sibilante, il fuoco serpeggia lungo il pavimento e le pozze di benzina, inerpicandosi sui muri e spargendosi con fiotti gagliardi.
L'istinto di conservazione la scuote: si alza annaspando e sale in piedi sul tavolo, guardandosi intorno allucinata, alla ricerca di una fuga.
La cucina è in fiamme, il piano del tavolo è già preso d'assalto.
Lui resta a fissarla consumandosi come una torcia. Erutta suoni ventrali.
Lo guarda come fosse comparso all'improvviso: si prende i capelli tra le mani emettendo un lamento disarticolato, poi di colpo si accuccia sul mucchio di cose davanti al tavolo e le sparpaglia freneticamente. Spunta l'angolo del piumino: con furore solleva la coperta e si getta contro il corpo ardente, buttandogliela sopra. Uno sbuffo di fumo; sente sotto alle mani il corpo duro di una statua, schiaccia, batte e colpisce; quando si accorge dell'espansione di aloni rossastri: la coperta, di colpo squarciata, avvampa. Il corpo lampeggia, brillando di luce accecante.
Diletta indietreggia e getta al soffitto un'espressione di strazio; poi si tappa la bocca come trattenendo il respiro, ma la pancia ha uno spasmo: il vomito schizza dalle narici e da dietro la mano, esplodendogli in faccia come uno starnuto.
Si china colando; ha un secondo rigurgito, poi buio.
Si sveglia con la fronte appoggiata sul cesto rovesciato della biancheria; intuisce di aver perso la cognizione del tempo: davanti a lei, il corpo sta carbonizzando come una mummia. La scuote un tremito epilettico.
Si sputa sulle mani, il pavimento scotta; getta uno sguardo alla porta: ondeggia come un miraggio dietro a una cortina di fuoco verdastro.
Allora guarda come di soppiatto quella cosa che sta in piedi a consumarsi, spaventosa e demenziale. Aggrotta la fronte con riprovazione e imbroncia le labbra, mormorando quando mio papà torna, come minimo ti uccide.
E rimane dov'è, guardando fissa un punto lontano.
Poi, con quieta mestizia, si china sulla catasta fumigante. Da dentro alla sacca da ginnastica, che emana un pungente olezzo di copertone bruciato, estrae un pattino; assorta, come sovrappensiero, si gira e appoggia la lama sul bordo del tavolo. Ne solca distrattamente la superficie. Boati secchi dei vetri che si frantumano. Il fumo, addensato in alto come una massa di bambagia infangata, comincia a colarle intorno.
La tosse la percuote, con respiro asfittico spalanca bocca e occhi; simile a un animale braccato, guaendo balza di nuovo sul tavolo, lo afferra a dita tese e calcola in un lampo: le persiane stanno marcendo come tizzoni ed è al primo piano...
Sfila con violenza le stringhe e abbandona il pattino. Chiude gli occhi come per concentrarsi. Li riapre e lega con scatti rapidi la corda intorno al ginocchio: gli scappa un lamento. Un altro ancora, ma la corda stringe adesso saldamente l'articolazione.
Si acquatta di fronte all'intelaiatura della finestra per valutare il salto.
Ma esita, voltandosi a metà; e infine getta un altro sguardo alla statua di brace alle sue spalle, sempre follemente immobile.
Orrore e strazio.
Ritorna ad allinearsi davanti alla finestra e si tende di nuovo, alza il bacino e abbassa la testa, simile a un atleta contro i blocchi di partenza.
Chissà perché, gli passa per la mente
un'immagine stupida.
Pattinare senza lame.
Ma poi capisce.
Vale la pena?
Pattinare senza lame.
Varrebbe ancora la pena vivere, senza mio padre?

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