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Quando ho dieci anni, papà mi spiega il sangue.
Sto studiando geometria in una delle mille cucine che abbiamo abitato.
Migliaia: neanche so le volte che abbiamo riempito il vecchio ape con il tavolo, il mio letto, il suo materasso, gli scatoloni e le corde; poi siamo arrivati e abbiamo parcheggiato; trascinato le cose in un portone, salito o sceso una scala, aperto una porta, sbattuto le cose dentro e vissuto un po' lì. Sicchè, nel mio ricordo, questa cucina si sovrappone alle migliaia di altre sfocandosi, anonimandosi; riducendosi a una mera funzione.

Due rette si dicono parallele quando si incontrano all'infinito.
Mi stringe da sopra come aggrappandosi per non cadere, e bisbiglia con le labbra che mi solleticano l'orecchio, così che io mi sento avvolta dal suo alito; e dalla rassicurante sua voglia di mangiarmi.
- Noi siamo gonfi di vita finché siamo gonfi di sangue. Capisci?
Annuisco ma non ho capito; appena si allontana lo scrivo tra due rette condannate.
La sera dopo sta in ginocchio in mutande sul tavolo.
Sbatto sul piano un tripudio di manzo schizzando.
Il mio vecchio tavolo; sopra, una costata sfrigolante e mia figlia.
Che appoggia - anzi sfiora - con il palmo della mano, il dorso tronfio del filetto. Poi si lecca il palmo e mi assale un dubbio, ma non ho il tempo di riflettere: con flebile voce mi comanda imperiosa.
- Voglio che canti, che canti il violino.


Gongolando faccio la voce del violino e strido elettrizzato, ma intanto le spiego come sono felice di fare quello che vuole se lei mangia la carne.
- Uffa, taci e suona!
- Si subito, però prima dimmi cosa provi, ti prego!
- Uhm... mi sembra di volare, di essere un angelo.
- Eh? Come un angelo? Che c'entrano gli angeli che stanno nel cielo azzurro, che il sangue è rosso come l'inferno, rosso?
- Ma a me fa volare.
- Va bene, non importa, ma insomma ti piace? Allora ti piace?
- Tantissimo. Più di tutto.
Trillo giubilando il preludio della Carmen. Ce l'ho fatta, ho creato il legame, capisci? Amandola quando mangia carne adesso ama il sangue, lo capisci?
Ma che vuoi capire tu.


Sarà passato un anno, quando un giorno vengo folgorata dal senso del sangue.
E comincio a pensare sul serio.
Succede per puro caso, senza che sia accaduto nulla di anomalo. Da qualche mese siamo fermi nella stessa casa senza sgomberare; nessuno la vuole, forse per via delle macchie di umidità: ragni esplosi in tutti gli angoli del soffitto. E' un appartamento al piano rialzato, in un fazzoletto di quartiere strappato dalla Comasina. Non c'è niente, in questo ricordo; se non un'altra qualsiasi, verdazzurrognola cucina.
Mi sono rifugiata sopra al tavolo. Con una lametta da disegno mi sto asportando la formaggella da sotto le unghie dei piedi. Un tramonto, giallo come l'olio, cola dai vetri scaldando il legno. Mi accuccio e abbraccio il mio tavolo, vecchio e nodoso: la guancia, stesa sopra, si incolla al legno unto. Sotto alla luce silenziosa, sul legno scaldato e dolciastro, mi sento profondamente bene.
E studiando i riflessi opachi del sangue raggrumato dalla cena della sera innanzi, mi perdo rapita: immagino che ci stanno degli angeli, rimasti imprigionati sotto la crosta di stagni morti. Fantastico che solo quando, stasera, bagneremo il legno di sangue fresco, io li libererò.

Angeli prigionieri nel sangue rappreso

Ma di colpo penso all'assenza di mio padre. E il sollievo e l'angoscia mi afferrano mentre realizzo che non è in casa, che tornerà e che è già qui, dentro di me. Vado nel panico, quando è assente: ho paura di parlare e sentire la mia gola emettere la sua voce. E a questo, che mi sta preparando?
Provo per lui un'adorazione totale, nata da appiccicosi riflessi color carminio. L'intero universo non vale un suo capello. E lo so: un giorno sarà morto.
Sì, mi sta preparando a questo. E finalmente capisco il sangue.
(In quel momento capii anche che, se un giorno fossi riuscita a vivere in un universo senza di lui, sarebbe stato solamente perché mio padre sarebbe vissuto dentro di me: fino all'ultimo capello che avrei avuto in testa)


Sono passati dieci anni, da quella presa di coscienza, e dentro sono vecchia. Neanche un capello, mi rimane in testa, e sono dilaniata. Dilaniata, caro papà.
Perché il senso del sangue è che
la vita: muore.





un trasloco con l'apecar
la cucina di via Unione
la mia scrivania in via Piccinni
la cucina di via Mameli
la mia scrivania in via Alessi
la cucina di via San Sisto
la scrivania in corso Ticinese
la cucina di viale Rimembranze
la mia scrivania in via Fornari
trasloco con l'apecar da via Volterra a via Savona









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Yuri